Ricerca persone scomparse: un incontro sui comportamenti

LONGARONE – Come comportarsi di fronte all’ansia di un genitore che non sa ancora dove sia suo figlio, quali parole usare per riuscire nella difficile comunicazione di un decesso ai familiari, come poter affrontare un eventuale proprio trauma o stress dovuti a un particolare coinvolgimento durante l’intervento. Già programmato da tempo, più che mai contingente dopo i giorni dell’attesa e del tristissimo epilogo di Passo San Boldo, mercoledì sera il Soccorso alpino di Longarone ha ospitato nella propria sede tre psicologhe volontarie dell’Associazione Psicologi per i popoli Veneto, per un confronto e scambio di esperienze sul lato che, durante le concitate operazioni di ricerca delle persone scomparse, si pensa meno immediato: quello emotivo. Coordinati dalla dottoressa Cristina Zaetta, dopo le prime iniziative a sostegno di familiari richieste dal Soccorso alpino Dolomiti Bellunesi già nel 2005 e il successivo intensificato rapporto con il Suem 118 di Pieve di Cadore, dal 2013 gli psicologi dell’Associazione garantiscono 24 ore su 24 il servizio di reperibilità psicologica da metà giugno a metà settembre, grazie a un’apposita convenzione stipulata con la Onlus Dolomiti Emergency. Nel periodo estivo dodici psicologi turnano quotidianamente nella base operativa di Pieve di Cadore, recandosi, su richiesta degli operatori del Suem, del Soccorso alpino o dei volontari delle ambulanze, delle forze dell’ordine, nei luoghi dove sia opportuna la loro presenza a seguito di morti traumatiche, causate da incidenti in montagna o stradali, per garantire il supporto più opportuno ai parenti, a chi è sopravvissuto oppure a chi ha portato aiuto. Nei restanti mesi sono comunque sempre a disposizione. Uno degli interventi più impegnativi dal punto di vista emotivo è proprio la ricerca delle persone scomparse, quando alla segnalazione di un mancato rientro possono anche più seguire giorni e all’esito sperato, il ritrovamento in vita, si contrappone il dover affrontare un lutto o addirittura l’incertezza prolungata per mesi o anni. Un impegno psicologico che coinvolge in primis i congiunti, ma anche i soccorritori impegnati a lungo senza tregua. L’attesa incerta – così l’ha definita Cristina Zaetta – è lo stato di chi aspetta notizie di un proprio caro che è scomparso, una condizione che necessita fin dai primi momenti di un supporto: non si sa cosa è accaduto e si vive in sospensione. Mano a mano che passano le ore poi, il carico emotivo aumenta, sia per i familiari che per i soccorritori. Subentra il bisogno di prepararli anche a un esito negativo, arriva purtroppo il momento di comunicare un decesso, si deve star loro vicini e attendere il ricongiungimento con la restante rete famigliare. Talvolta questi passaggi sono in carico ai soccorritori stessi che, oltre all’aspetto traumatico del rinvenimento e recupero di una salma, devono far fronte anche al dolore e alle diverse reazioni all’attesa dei parenti o amici. E per loro è fondamentale riconoscere subito che c’è stato un coinvolgimento straordinario, per poterlo superare, e la prime rete di supporto è subito la squadra. A questo primo incontro, cui hanno preso parte le Stazioni del Soccorso alpino di Longarone, Belluno, Alpago e Valle di Zoldo, i soccorritori hanno potuto avere risposte a dubbi e domande nati durante le tante missioni.

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