Costella: “Il mio secondo triathlon olimpico”

Ferruccio Costella prima della partenza

PIEVE DI CADORE – Questo non sarà un giorno di festa, ma la mia personale resa dei conti: sono mesi che mi preparo per questa gara e non ho proprio voglia di fallire.

Sono mesi che corro con ogni temperatura e condizione atmosferica, sono mesi che mi sparo ore sui rulli e vasche in piscina portando via tempo agli affetti e alla famiglia, ma l’obiettivo e la voglia di allenarmi sono più forti di quella sinuosa ed accogliente sirena chiamata divano.

Non sono un professionista e nemmeno un atleta, faccio triathlon perché a calcio sono scarso, mi annoio facilmente e la fatica non mi fa paura.

Ma torniamo qualche giorno nel passato!

Sabato 10 maggio 2014 sono a Caldaro per il mio secondo triathlon olimpico, per capire se tutti i miei sforzi sono serviti a qualcosa, per capire se il tempo speso ad allenarmi è stato investito o semplicemente perso.

Alla partenza, come una mucca prima del macello, sono tranquillo, rilassato quasi rassegnato. Vorrei essere teso come una corda di violino con il cuore che batte a mille e l’adrenalina al massimo, ma no, oggi no.

La tromba suona e si parte, viva la tonnara di triatleti, è la parte che preferisco, si lotta come bestie nessuno risparmia un colpo, le prendi e le dai, ma devo ammetterlo, ti senti veramente vivo.

I 1500 metri scorrono incredibilmente in fretta, sfortunatamente troppo, perché è qui, uscito dall’acqua, che finisce la festa ed inizia la mia fatica.

La fase di svestizione è velocissima, tolgo la muta come se Scarlett Johansson mi stesse aspettando, dopo pochi secondi sono già in sella ed è qui che inizia la mia controprestazione: i 40 chilometri di saliscendi da affrontare in bici, sono lì che aspettano, sornioni, pacifici e malefici.

La mia compagna è una bicicletta da strada comprata usata, ci siamo conosciuti circa un anno fa e nonostante la nostra relazione sia ormai solida , tra di noi c’è sempre un po’ di diffidenza, lo sappiamo di non essere anime gemelle, si sta insieme finché ci va e poi ognuno prenderà la sua strada.

Pronti via ed è subito salita, è in questa frazione che il mio odio per i ciclisti si fa più duro.

Come fanno questi a spingere così forte? Com’è che non riesco a tenere il loro ritmo? Mi stacca il primo gruppo, poi il secondo e forse anche un terzo, mi scappa un sorriso e penso che alle spalle ne avevo parecchi, ora però sono tutti davanti.

Rendendomi conto che mi superano anche le signore che stanno andando in bici a fare la spesa, faccio quello che in una gara di triathlon è probabilmente la cosa più sbagliata, spingo al massimo con la conseguenza che, quando si tratta di scendere e calzare le scarpe, sono già completamente cotto.

Mentre faccio i primi passi sento lo speaker che annuncia l’arrivo del primo, un certo Molinari, deve essere un professionista mi dico, ma la depressione mi assale. Cazzo questo ha già finito?

Chi corre lo sa, se la testa non è a posto, anche le gambe non girano e considerando che le mie gambe già sono completamente bloccate, la mazzata dell’arrivo di sto Molinari mi ha demolito.

I 10 chilometri successivi sono una vera agonia e più volte mi chiedo dove cavolo sono finite tutte le ore di allenamento che il coach mi impone.

Alla fine sono arrivato anch’io.

Non mi sono divertito, ma questo lo sapevo. Ho la convinzione che se facendo una gara endurance come può essere il triathlon od una maratona od un trail qualcuno si diverte significa che non ha spinto abbastanza ed io voglio spingere, non divertirmi… il divertimento è altro.

Però di solito la soddisfazione arriva, il piacere di sentire il proprio corpo affaticato ma realizzato… non per me, non stavolta.

Ora l’unica cosa da fare è riposarsi e pianificare i prossimi allenamenti perché sì, ho perso una battaglia, ma la guerra è lunga e noi Cadorini sappiamo lottare. (Ferruccio Costella)

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